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EDIPO, SISIFO E PROMETEO: MITI DELLA MATURAZIONE UMANA

Di Massimo Guzzinati

La saggezza degli antichi non è una novità per nessuno, ma nella grande varietà dei mitologemi trasmessici, è spesso difficile individuare una continuità che permetta d’inquadrare nella vita moderna i significati simbolici e metaforici che questi esprimono; anche perché ogni mito, a seconda del caso, può essere letto a più livelli. La dimensione mitologica si colloca tra realtà e fantasia, tra conscio e inconscio, e non è ben definita, quindi, mentre si tenta di “ordinarli” per dare loro un senso generale, si finisce per estrapolare da essi nuove informazioni che arricchiscono il patrimonio interpretativo disponibile.
L’essere umano, da quando nasce a quando muore, è chiamato ad affrontare una serie di fasi psico-biologiche che si susseguono lungo il ciclo vitale: prima e seconda infanzia, fanciullezza, pubertà, adolescenza, giovinezza, maturità, mezza età, terza età e, ultimamente, anche quarta età. Questi dieci passaggi possono però essere raggruppati in quattro fasi più ampie, in base a particolari caratteristiche cognitive e comportamentali che vengono assunte da ciascun individuo: periodo infantile (da 0 a 11 anni), periodo giovanile (da 11 a 25 anni), periodo della maturità (da 25 a 60/65 anni) e periodo della vecchiaia (da 60/65 anni in poi). Durante ognuna di queste stagioni della vita si giace in uno stato di relativa stabilità, ma quando il periodo successivo si approssima, si sperimenta uno squilibrio che non solo è spiacevole, ma che espone, visto l’elemento di novità, a una serie di comportamenti e atteggiamenti inadeguati per vivere il passaggio nel migliore dei modi.
I momenti di transizione sono tre, e alcuni degli errori più comuni in cui si può incedere nel viverli vengono spiegati da altrettanti miti greci, i quali rappresentano la figura del ribelle: Edipo, Sisifo e Prometeo.

 

EDIPO E L’AVVENTO DELLA PUBERTÀ
Edipo, figlio di Giocasta e di Laio (sovrani di Tebe), venne abbandonato su un monte perché l’oracolo di Delfi aveva profetizzato che, una volta adulto, avrebbe ucciso il proprio padre. La fortuna lo fece però mettere in salvo dai sovrani di Corinto, Polibo e Peribea, che lo allevarono come fosse sangue del loro sangue.
A un certo punto della sua vita, Edipo (nome assegnatogli dai genitori adottivi), si rese conto di non assomigliare affatto alle persone che lo avevano cresciuto, pertanto si recò dall’oracolo di Delfi per conoscere il proprio futuro e dare un senso ai suoi dubbi. Le parole della Pizia furono tutt’altro che confortanti, infatti lo cacciò via con disgusto poiché, secondo lei, sarebbe finito con l’uccidere il proprio padre e con lo sposare la propria madre. Allora Edipo, affranto dalle parole della profetessa, per amore dei genitori decise di non tornare a Corinto. Ma il compiersi del destino era prossimo a venire.
Uscendo da Delfi, mentre stava attraversando uno stretto valico, Edipo s’imbatté in Laio, il quale stava andando proprio a Delfi per chiedere all’oracolo come liberarsi della Sfinge che stava assediando Tebe. Il re intimò di lascialo passare, ma Edipo, convinto che solo i suoi genitori e gli dèi fossero a lui superiori, non cedette il passo, così Laio fece avanzare i cavalli con irruenza. A tale mancanza di rispetto Edipo reagì con la violenza e Laio finì con l’essere ucciso.
Dopodiché Edipo giunse a Tebe, dove riuscì a risolvere l’enigma della Sfinge, che fu quindi costretta a suicidarsi (il “caso” vuole che anche il noto enigma fosse incentrato sulle diverse età dell’uomo). La gloriosa impresa convinse il popolo a insediare Edipo come nuovo re di Tebe, procedura alla quale conseguirono le nozze con Giocasta, rimasta vedova del precedente sovrano.
In seguito ci fu un’epidemia di peste, per scongiurare la quale secondo l’oracolo di Delfi si sarebbe dovuto scacciare da Tebe l’assassino di Laio. Edipo però, non sapendo che Laio era l’uomo incontrato e ucciso al valico, in un impeto di rabbia condannò il misterioso assassino (cioè se stesso) all’esilio.
Quando infine la verità sulle origini di Edipo venne a galla, egli regnò ancora per qualche anno e poi se ne andò per morire a Colono, nell’Attica.
Circa all’età di 11 anni, ogni individuo si trova ad affrontare una condizione particolare che fa percepire se stessi come una via di mezzo tra l’essere bambino e l’essere ragazzo. Da ciò derivano sentimenti contrastanti: mentre si prova paura e depressione nell’abbandonare l’ormai nota condizione infantile, verso ciò che sta per arrivare si percepisce attrazione mista ad ansia per le incognite che si dovranno affrontare; alla fine però vince la voglia di crescere. Questo è il momento in cui Edipo decide di recarsi dall’oracolo di Delfi.
Per portare a termine questa fase di passaggio, ognuno deve rinegoziare i rapporti coi genitori, in modo da assumersi più responsabilità e acquisire più potere, sia all’interno della famiglia che fuori. I genitori passano quindi in secondo piano e prendono invece importanza i gruppi di amici. Il fatto che il soggetto si elevi psico-emotivamente lo fa avvicinare sempre più al livello dei genitori, i quali perdono quel controllo che possedevano fintanto che avevano a che fare con un bambino. È qui che si concretizza, nella vita di ognuno, quello che per Edipo è stato l’assassinio del padre (simbolo del potere attivo sulla realtà, che però dev’essere conquistato coscientemente) e il matrimonio con la madre (simbolo di conquista della propria sessualità, che però deve concretizzarsi in ambito extrafamigliare).
Le azioni di Edipo, come anche quelle dei ragazzi in età puberale, sono incorniciate da una notevole dose d’inconsapevolezza, necessaria per affievolire l’opposizione dell’Io soggettivo alla “tragedia” che si sta attraversando, ovvero la morte del bambino, sulle cui ceneri nascerà il ragazzo. È ovviamente molto facile che in quest’età si provochino i proverbiali guai che notoriamente vengono attribuiti a esplosioni ormonali, infatti si è preda di un’ignoranza imposta dall’inesperienza, che induce notevoli sensi di colpa una volta che si arriva a capire i propri errori (scusa in più questa, per evitare di prenderne atto). Gli errori possono anche non essere gravi, ma il senso di colpa provato può essere paragonabile a quello che deve aver sperimentato Edipo, una volta saputo chi aveva ucciso e chi aveva sposato (nel mito, la realtà dei fatti crolla su Edipo tutta in una volta, invece nella vita reale alcuni aspetti del passaggio evolutivo avvengono in modo più graduale e quindi meno distruttivo per la psiche).
Il significato del mito è dunque quello di riuscire a emanciparsi dal ruolo infantile, anche attraverso la nascita di conflitti coi genitori, senza però fissarsi troppo su questi ultimi, cioè “uccidendo” il padre solo simbolicamente nella propria interiorità e “sposando” la madre altrettanto simbolicamente tramite una relazione con una coetanea. La maturazione si esplicita per lo più fuori casa.

 

SISIFO E LA CONQUISTA DELLA MATURITÀ
Sisifo, figlio di Eolo e fondatore di Corinto, era considerato il più saggio e prudente uomo sulla Terra, particolarmente abile nell’arte del furto e dell’imbroglio, nonché talmente scaltro e astuto da riuscire sempre a ottenere qualcosa in cambio.
Quando Eolo morì, il trono tessalico, che legittimamente avrebbe dovuto succedere a Sisifo, venne usurpato da Salmoneo, cosicché l’eroe decise di consultare l’oracolo di Delfi, il quale gli consigliò di generare figli in sua nipote, poiché questi lo avrebbero vendicato. Così egli ingravidò Tiro, figlia di Salmoneo; però ella, accorgendosi delle motivazioni che avevano spinto Sisifo all’unione, uccise i due figli che gli aveva partorito, accusando però Salmoneo di incesto e di omicidio. Così alla fine, chi ne uscì vincitore fu comunque Sisifo.
Tra le varie sue astuzie, ci fu quella che gli consentì di ottenere l’amore di Anticlea il giorno prima che ella si sposasse con Laerte, e dalla cui unione nacque Odisseo.
Più avanti nel mito, quando Zeus rapì Egina, figlia di Asopo, Sisifo lo vide e raccontò il fatto ad Asopo stesso, ottenendo in cambio che nella città di Corinto scaturisse una fonte inesauribile. Infuriato per aver tradito un segreto divino, Zeus chiese ad Ade di trascinare Sisifo nel Tartaro e di sottoporlo a una punizione eterna. Però, quando Ade andò a prelevarlo dalla sua abitazione, il condannato riuscì a ingannare il dio degli inferi chiudendolo nei ceppi a lui destinati, dopo avergli chiesto di mostrargliene il funzionamento. Con Ade prigioniero nella casa di Sisifo, per alcuni giorni nessuno poté morire, fino a che non intervenne Ares, preoccupato in quando il dio della guerra è strettamente dipendente dalla funzione svolta dal dio dei morti. Così Sisifo venne finalmente catturato, ma prima di scendere nel Tartaro disse a sua moglie Merope di non seppellirlo. Ciò gli consentì, una volta giunto al palazzo di Ade, di chiedere a Persefone di farlo tornare nel mondo dei vivi per potersi dare degna sepoltura e punire chi non aveva svolto tale importante compito. Così Sisifo tornò a camminare sulla terra, con la promessa che sarebbe ritornato negli Inferi dopo tre giorni. Ma il giovane non era intenzionato a rispettare il patto, così Ade fu di nuovo costretto a intervenire per ricondurlo nel regno dei morti.
La sua punizione consistette nel dover spingere un pesante masso fino alla sommità di una collina, senza però poter mai raggiungere la cima. Infatti il peso della roccia costringeva Sisifo a lasciarla rotolare fino a valle, proprio quando stava per giungere all’agognata meta. Fu quindi condannato a una faticosa routine inutile e senza fine, priva di alcuna speranza di liberazione.
Durante la giovinezza, quando cioè non si è più adolescenti ma non si deve nemmeno soffrire il peso di essere adulti, oltre ad avere un maggiore potere d’azione rispetto al passato ci si trova di fronte a un’altra grande prova, quella di doversi assumere delle responsabilità che avvicinano ulteriormente al ruolo che si è sempre visto nei genitori e non in se stessi. Dalla somma di potere e libertà possono emergere dei comportamenti antisociali, motivati sia da un desiderio di non allinearsi con le istituzioni (quindi di non divenire adulti), sia dal voler portare avanti tutta una serie di filosofie idealistiche trascinate dalla fase adolescenziale (sinonimo di non volersi staccare dal ragionamento astratto giovanile, per sposare quello pratico adulto).
Gli imbrogli di Sisifo corrispondono proprio agli inganni messi in atto dai giovani per poter fare quello che vogliono, all’interno di una concezione egocentrica della vita in cui fregare l’autorità è un imperativo per sentirsi vivi e realizzati. Comunque prima o poi gli dèi/adulti vincono questa battaglia, e lo fanno per due motivi: innanzitutto perché Sisifo trasgredisce solo per se stesso, senza dare delle alternative all’ordine costituito delle cose, diventando quindi non una minoranza degna di ascolto, ma un deviante pericoloso per lo stato sociale costituito; e in secondo luogo perché egli s’illude di poter contrastare qualcosa di tanto imponente come le istituzioni (nel mito rappresentate dagli dèi della guerra e della morte, i quali simboleggiano anche il pensiero adulto che deve fare delle scelte dualistiche, trascendendo gli omnicomprensivi ideali adolescenziali). Inoltre il giovane/Sisifo compie un altro errore in tal senso nella sua competizione con gli adulti-istituzioni/dèi, poiché quando riconosce la loro autorità come avversari finisce col rinforzarla e perpetuarla.
Nel giovane quindi, pur essendoci già le capacità costruttive di un adulto, manca la maturità di porle in essere nel mondo reale. Il peso del macigno è dunque il peso del conflitto interiore che deve subire il giovane per disciplinare la propria creatività, la propria libido (intesa in senso junghiano), in modo da poterla incanalare in qualcosa di costruttivo per sé e per la società. Per fare ciò il soggetto deve superare il conflitto e accettare anche ciò che non va, cioè che il mondo non è degno di essere idealizzato ma piuttosto un luogo dove ognuno ha una funzione ben precisa nel caotico processo dell’evoluzione, la quale è portatrice di piaceri quanto di sofferenza. La roccia è simbolo della materia e del corpo che, com’è noto, inizia la sua vita con un vagito che è un urlo verso ciò che di ctonio e disordinato c’è nel mondo.
Il mito di Sisifo insegna ad accettare le antinomie fuori e dentro di sé, quindi anche il fatto che si può sbagliare, che si possono subire gli sbagli altrui, e che a volte si può subire senza sapere il perché. Solo così la creatività può prendere forma nel mondo reale.

 

PROMETEO E LA VITTORIA DEL CUORE
Prometeo (“Colui che pensa prima”, “Previdente”) era il dio Titano che rubò il fuoco agli dèi Olimpi per darlo agli uomini, disobbedendo così a un veto imposto da Zeus stesso. Per la sua condotta venne incatenato sul Caucaso e condannato a farsi divorare quotidianamente il fegato da un’aquila. Inoltre, per punire gli uomini che ormai si stavano godendo il dono di Prometeo, il padre degli dèi diede al fratello di costui, Epimeteo (“Colui che pensa dopo”, “Imprudente”), la donna più bella del mondo, Pandora (“Colei che ricevette doni da tutti [gli dèi]”), la quale portava con sé un vaso contenente tutti i mali del mondo. Queste calamità fuoriuscirono quando l’incauto Epimeteo alzò il coperchio del vaso, nonostante le avvertenze ricevute dal fratello.
Prometeo, divenuto veggente durante la sua prigionia, venne liberato da Heracle (simbolo della forza dell’uomo, sia maschile che femminile, capace di elaborare grossi conflitti interiori), grazie al sacrificio del centauro Chirone (simbolo della guarigione dalla pressione che attanaglia il cuore e il fegato, la cui funzione psicologica consiste nel metabolizzare la realtà, permettendo di distinguere ciò che fa bene da ciò che fa male).
Considerando che nell’interpretazione evoluzionistica del mito il fuoco corrisponde alla fiamma della coscienza accresciuta dall’uomo preistorico grazie all’aumento del volume encefalico, si ottiene anche la chiave di lettura inerente l’argomento qui trattato: il passaggio dall’età adulta alla vecchiaia.
La condizione di Prometeo rappresenta la vecchiaia vissuta con energia, il cui estro (il dono del fuoco), ormai svincolato da un certo tipo di obblighi associati all’età matura (che caratterizza gli dèi Olimpi), può non solo trovare ostili le istituzioni (simboleggiate da Zeus punitivo), ma anche i limiti del proprio corpo (rappresentati dalle catene); questi ostacoli determinano l’incapacità di ricominciare in un mondo evolutosi in fretta, a cui consegue uno spaesamento raffigurato dal fegato mangiato. Durante la vecchiaia si riacquista una condizione infantile che pressa per realizzarsi, forte delle esperienze fatte durante tutta la vita. L’uomo, libero dal lavoro e dagli obblighi di capo famiglia ma prigioniero del suo stesso corpo, viene continuamente tormentato dal suo spirito (l’aquila), che brama di realizzarsi in modo sia libero da vincoli (come avveniva nella giovinezza) che responsabile (come avveniva nell’età adulta). Chi, pur essendo spinto da questo impulso non riesce a esprimerlo come vorrebbe, può incedere in eccessi di collera, che fungono da valvola di sfogo per energie troppo represse.
Gli anziani che invece permettono alla vita di sopprimere il proprio spirito creativo diventano come Epimeteo: rallentano e guardano le cose con superficialità, cedendo allo sconforto del sentirsi inutili poiché scalzati dai vari ruoli coi quali si sono identificati per decenni. È allora che Pandora arriva col suo vaso, spingendo l’anziano a odiare tutto e tutti, soprattutto i giovani, per le grandi potenzialità espresse dalla loro età. La consapevolezza della mancata realizzazione personale impedisce all’Ombra (Pandora col suo vaso) di trattenersi, spingendo l’Io verso pensieri (quando non comportamenti) distruttivi.
Però il Prometeo dentro all’anziano si può liberare, e può realizzarsi attraverso percorsi che mettano moderatamente in discussione la realtà esistente (furto del fuoco) e che diano consapevolezza di nuovi scenari (regalo del fuoco agli uomini), capaci di aiutare gli inconsapevoli e gli indaffarati per quanto possibile, senza esagerare e senza troppe pretese, in modo da non ridursi a “mangiarsi il fegato”.
È vero che oggigiorno le innovazioni sono così repentine che gli anziani si sentono inseriti in un mondo parzialmente alieno, però la saggezza, se davvero sussiste, non ha bisogno di situazioni storico-culturali specifiche per potersi manifestare. Riuscire a liberare Prometeo interiore significa farsi aiutare da Heracle, che è l’Io volto al proprio Sé, e accettare il sacrificio chironiano delle opportunità non colte e non più coglibili, per poter vivere il proprio ruolo di Titano (anziano) nel qui e ora, in un mondo governato dalle leggi di dèi Olimpi più giovani. Allora finalmente, quando si saranno trascesi tutti i “mali del mondo (interiore)”, si potrà accedere a ciò che sta nel fondo del vaso di Pandora, la speranza, qualità umana che si acquisisce nella prima infanzia e che riemerge in modo nuovo, più lungimirante e indipendente, durante la vecchiaia, e che pertanto si chiama “integrità dell’Io”. Essa consiste nella capacità di accettare in modo soddisfacente il proprio ciclo di vita.

 

EDIPO, SISIFO E PROMETEO: MITI DELLA MATURAZIONE UMANA
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