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ISOLA DI PASQUA: PERCHÈ EVITARLA

Di Massimo Guzzinati

L’Isola di Pasqua, nome originale Rapa Nui, fu abitata solo a partire dall’800 d.C., da navigatori polinesiani capeggiati dal leggendario Hotu Matu’a, i quali giunsero da occidente e istituirono la figura di comando chiamata Re dell’Isola (Ariki Mau). I sei figli di Hotu Matu’a diedero origine alle prime tribù (mata), applicando un modello sociale tipicamente polinesiano fondato sul parentado.
Dal 1200 d.C. gli indigeni cominciarono a costruire le piattaforme funerarie fatte di pietre (ahu) e le grandi teste scolpite che rappresentano i capi defunti (moai), i quali vennero pure muniti di copricapo litico (pukao). La necessità di trasportare i molti moai, portò a un elevato tasso di abbattimento degli alberi, che ridusse notevolmente la dimensione dei boschi.
Col passare del tempo il Re dell’Isola perse potere, in seguito alla maggiore dominanza dei singoli capitribù. Così si diffusero le lotte intestine e ogni tribù si dedicò all’abbattimento dei moai delle altre, in modo da umiliarle e ridurne il potere, anche energetico (mana).
Così nel XVII secolo il culto di ahu e moai decadde, venendo sostituito dal culto della fertilità e del dio-creatore Make Make. Come conseguenza socio-politica, il ruolo del Re dell’Isola non fu più tramandato entro la stessa famiglia, ma assegnato al “campione” di una delle varie tribù, più precisamente a quello che vinceva la competizione svolta con cadenza annuale per la nomina dell’Uomo Uccello (Tangata Manu). In pratica, i migliori rappresentanti di ogni tribù dovevano correre e nuotare fino all’isoletta Motu Nui, per recuperare un uovo dell’uccello sacro gaviotin (manutara), e poi ritornare indietro portandolo intatto. Il primo classificato veniva nominato Re dell’Isola per l’anno a venire.
Questa fase fu di declino, infatti l’aumento demografico a cui seguirono un potenziamento dell’agricoltura e della pesca, portò all’esaurimento degli alberi, che danneggiò anche l’ecosistema dei roditori e degli uccelli.
I primi contatti coi naviganti europei avvennero all’inizio del XVIII secolo e da sempre Rapa Nui si è dimostrata refrattaria alla tecnologia, infatti la corrente elettrica vi giunse solo nel 1966.
Affinché gli isolani potessero avere più potere amministrativo rispetto al governo cileno, nel 1980 è stato istituito il Consiglio degli Anziani, frenando ulteriormente il processo di modernizzazione.
Ma nel 1993, Kevin Kostner girò sull’isola il film “Rapa Nui”, facendola conoscere al pubblico di tutto il mondo e dando un impulso incredibilmente forte al turismo, che continua tuttora.
Però le recenti politiche turistiche adottate sull’isola e ampiamente condivise dai locali, nonché i vari pericoli che insidiano un territorio tanto ristretto, sono destinati a far calare parecchio l’arrivo di visitatori.

Chi si reca a Rapa Nui lo fa per due possibili motivi: principalmente l’archeologia e in seconda istanza la natura. Ebbene: la natura non è così spettacolare come ci si aspetterebbe, e dal 2015 è stato proibito l’accesso alle piattaforme funerarie e ai moai, frustrando enormemente chi vi si reca per poterli vedere da vicino. Purtroppo però, questi non sono gli unici motivi che dovrebbero tenere lontano dall’isola chiunque voglia risparmiarsi brutte esperienze, ma andiamo con ordine.
Già dal momento di fare il biglietto aereo per l’Isola di Pasqua, si è costretti a pagare un prezzo assurdamente elevato. Infatti non è onesto che la tratta fra Santiago del Cile fino e Rapa Nui (che tra andata e ritorno dura 9 ore), costi ben 2/3 rispetto alla tratta fra Italia e capitale cilena (che in totale comprende 33 ore), visto che il rapporto tra i tempi di percorrenza è di quasi 1/4.
Poi, appena arrivati all’aeroporto pasquense di Hanga Roa, si è costretti a pagare più di 70 € per il biglietto che dà diritto a entrare nel Parco Naturale per soli 5 giorni, cioè per potersi muovere nell’isola, visto che quasi tutta la sua superficie rientra nel parco. Peccato che dopo si scopra che tutta la parte nord-orientale e nord-occidentale sono vietate.
Sicuramente il turista più previdente ha già prenotato uno dei costosi hotel dislocati sul posto, quindi ha già sborsato cifre insolitamente alte per alloggiare. Chi invece vuole risparmiare, può fare riferimento al campeggio di Hanga Roa, ancora più economico se si è muniti di tenda personale. Sia però chiaro, che coi 13 € a notte per la sola piazzola, a Santiago ci si potrebbe pagare una camera singola in ostello. La soluzione della tenda può sembrare avventurosa ai più, purtroppo però il clima dell’isola è caratterizzato da piogge quotidiane e ripetute, che oltre a risultare moleste durante le escursioni, creano molte difficoltà quando si deve smontare tutto per andare a prendere l’aereo di ritorno, perché impacchettare la tenda bagnata non è tra le cose migliori che possano capitare ai campeggiatori.
Anche mangiare è molto costoso, infatti usando la cucina del campeggio e potendo comprare i viveri al minimarket, per i tre pasti di un singolo giorno si dilapida quello che normalmente si spende in un discount italiano per una settimana.
Ma al di là dei costi c’è di peggio, infatti l’isola, per quanto non sia grande, lo è abbastanza da non essere totalmente percorribile a piedi, quindi bisogna o usare le poche e scomodissime corriere disponibili, oppure noleggiare un più pratico mezzo di trasporto (automobile, motocicletta o bicicletta). I prezzi del noleggio sono chiaramente elevatissimi, ma ciò che preoccupa davvero sono i pericoli che si possono incontrare alla guida.
Se si è in automobile si rischiano continuamente incidenti stradali, dovuti per lo più all’alto tasso etilico che contraddistingue gli indigeni, i quali si ubriacano spesso e cominciano a “festeggiare” il fine settimana a partire dal venerdì mattina. Stavo giovandomi di un passaggio datomi da due turiste, che un vecchio ciucco ci ha tamponati da dietro mentre eravamo fermi a uno stop, e non era nemmeno mezzogiorno. Per fortuna i danni sono stati minimi, ma l’etilico guidatore affermava irragionevolmente che non ce ne fossero stati affatto, e a un certo punto ha pure cominciato a diventare aggressivo.
Chi invece noleggia moto o bici, sempre a costi assurdi, rischia non solo di essere travolto da un autista ubriaco, ma anche di venire inseguito e morso dai molti cani randagi che circolano per l’isola. Una ragazza di Santiago che alloggiava nel campeggio, la mattina stava bene e la sera l’ho trovata piena di cerotti sulle braccia e sulla faccia, perché mentre andava in bicicletta era stata inseguita e fatta cadere da alcuni randagi. Una volta tornata nella sua città, avrebbe dovuto fare i raggi X alla faccia per verificare che non ci fossero danni ossei. Bel modo per concludere una vacanza!
Ovviamente, i cani randagi possono risultare aggressivi anche se si cammina per la strada, però sembra che a nessun isolano interessi questo problema.
Invece si accaniscono aggressivamente coi turisti se s’avvicinano troppo ai siti archeologici, cioè alle piattaforme e ai moai. Se qualcuno s’azzarda a entrare in zone vietate o a toccarli, i guardaparco, che sono ovunque come le formiche, si attivano senza indugi per multare il malcapitato di turno. Anzi, non serve nemmeno che costoro vedano il turista infrangere l’improbo divieto, perché basta che un isolano denunci verbalmente uno straniero a un guardaparco, che la parola del turista non vale nulla e viene subito fatta intervenire la polizia per comminare l’ingiusta sanzione.
Non solo i guardaparco, ma tutta la popolazione dell’isola, è aggressiva contro i turisti, che vengono trattati male anche nei ristoranti e che possono essere aggrediti se toccano un moai.

Vale la pena raccontare un paio di episodi che mi sono capitati, dai quali si capisce bene la vera indole di molti isolani.
Il primo si è svolto ad Hanga Roa, presso due piattaforme munite di moai, ai quali ho tentato solo di avvicinarmi. Due uomini di mezza età, probabilmente dei pescatori, mi hanno intimato di non proseguire e io, che ero appena arrivato sull’isola e non avevo ancora preso dimestichezza coi divieti locali, ho chiesto perché non potessi soltanto avvicinarmi. Dopo un paio di brevi scambi verbali, uno dei due mi ha fatto notare che stavo facendo troppe domande e che lui si stava comportando in modo fin troppo gentile, perché avrebbe dovuto mettere in atto il “metodo rapanui”. Cadendo dalle nuvole, ho chiesto di cosa stesse parlando, e questi mi ha risposto che mi avrebbe voluto menare.
Invece mentre mi trovavo presso un moai lungo la costa, un allevatore è passato di lì per intimarmi di non avvicinarmi, così ne ho approfittato per chiedergli da quando esisteva tale divieto, visto che in precedenza mi avevano riferito vigesse solo da alcuni anni. Costui mi ha risposto “da sempre”, così gli ho consigliato di non fare il bugiardo con me, perché sapevo che le cose stavano diversamente. Ritrovatosi scoperto nel suo inganno, si è arrabbiato nel giro di un nanosecondo e ha richiamato l’attenzione di un furgone ripieno di guardaparco, che casualmente stava passando in quel momento, ai quali è andato a raccontare che io ero salito sulla piattaforma sacra. Io allora ho spiegato la situazione, ma la capetta dei guardaparco ha affermato che “non poteva ignorare” la segnalazione fatta da un cittadino dell’isola, chiedendomi nome e luogo in cui alloggiavo. Intanto da dentro il furgone, delle giovani guardaparco dall’aplomb degno del demone Scilla, mi stavano urlando addosso il loro disprezzo per la presunta violazione. Non avendo nulla da nascondere le ho dato le informazioni richieste, e una volta tornato al campeggio me la sono ritrovata lì con un poliziotto, chiamato apposta per multarmi. Io però sono stato più furbo di loro, evitando così non solo la sanzione, ma anche un’inutile discussione con indigeni prepotenti, dall’ego gonfio di chiacchere e distintivo.

Oltre a ciò, se un turista che torna a casa viene fermato all’aeroporto perché tenta di portarsi via una pietra dell’isola (non un pezzo archeologico, ma un semplice sassetto qualunque), si becca subito una multa, viene trattenuto per delle ore e perde l’aereo, con tutto lo spreco di tempo e di denaro che ne consegue, per assicurarsi un volo successivo. In tali frangenti, è addirittura possibile che venga imposto al turista un divieto di tornare sull’isola, per aver tentato di arrecarle un grave danno.

A Rapa Nui ci sono stato solo 5 giorni, durante i quali ho subito e osservato incidenti e ingiustizie di vario tipo, circondato da uno scenario naturale deludente e da moai che, da quella distanza, tanto valeva che me li guardassi su internet, stando comodamente sul divano di casa. Il tutto a un costo esorbitante.
Mai in un viaggio, ho dovuto fronteggiare così tanti problemi assurdi in così poco tempo.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che tutelare l’isola sia un dovere, però i Pasquensi non possono usare la scusa del rispetto verso il loro patrimonio per giustificare la maleducazione, l’aggressività e tutti gli altri abusi contro i turisti, che, è bene sottolinearlo, sono la principale fonte di reddito per Rapa Nui.
Dov’è il rispetto degli indigeni quando si tratta di rimettere in piedi i moai fatti cadere secoli fa?
Dov’è il rispetto degli isolani, quando i cavalli e i cani (da loro lasciati randagi) salgono sulle piattaforme sacre e si grattano il fianco sui monoliti, sganciando le loro deiezioni sopra ai resti dei tanto venerati antenati?
Se nel passato i Pasquensi hanno dimostrato una condotta suicida, paradossalmente calmierata dalla conquista europea, attualmente ne stanno portando avanti una altrettanto autolesionista, perché non si può sputare con così tanta acredine sul piatto in cui si mangia, senza poi pagarne le dovute conseguenze.
Ma se il comportamento degli indigeni è volontariamente questo, allora meritano di estinguersi come i loro antenati, almeno dal punto di vista turistico. L’unico vero stimolo che nel passato poteva spingere le persone a recarsi sull’isola erano i moai, ma ora che li si vede solo da lontano, quasi come in cartolina, viene a mancare la motivazione che avrebbe fatto stringere i denti anche ai viaggiatori più smaliziati.
Per quanto mi riguarda, sono dispiaciuto di non aver ricevuto il divieto di tornare sull’isola, perché sarei stato lieto di affiggerlo al muro accanto ai vari attestati, come ricordo di quanto sia positivamente distante da quel popolo e dai loro deprecabili “metodi rapanui”.
Se volete un’isola da sogno, meglio che andiate ai Caraibi, alle Galapagos, alle Hawaii o in altre situazioni geograficamente più vicine.
Se invece volete vivere un’esperienza reale nei siti archeologici, andate in qualunque altra parte del mondo in cui ce ne siano.
Adesso lo sapete!