LA GRANDE CATASTROFE PLANETARIA È AVVENUTA NEL 10.300 A.C.

Da diversi anni vari ricercatori indipendenti stanno cercando d’individuare la data e la natura della Grande Catastrofe, che ha sconvolto il pianeta verso la fine dell’ultima Era Glaciale.
Personalmente ho dedicato una ventina d’anni alla comprensione approfondita di questo evento, incluse le cause precedenti e gli effetti successivi, riuscendo a individuare una data realistica per la Grande Catastrofe già dal 2010.
Ma prima di approfondire tale aspetto, è bene ripercorrere la sequenza di eventi che hanno cambiato le sorti del pianeta.

IN COS’È CONSISTITA LA GRANDE CATASTROFE
Durante il periodo di millequattrocento anni compreso tra il 10.900 e il 9500 a.C., chiamato Orizzonte di Usselo, la Terra è stata bersagliata da molteplici meteoriti, il cui impatto col suolo è testimoniato dal ritrovamento di nanodiamanti e microsferule metalliche in svariate aree geografiche, come il Nordamerica e la Groenlandia.
All’inizio di quel periodo, i poli terrestri si trovavano in una posizione diversa rispetto a ora, come comprovato dai dati paleomagnetici raccolti dagli scienziati negli ultimi anni.
Secondo la teoria dell’ammiraglio italiano Flavio Barbiero, con la quale le mie indagini concordano, l’evento intermedio che ha causato la Grande Catastrofe è stato lo spostamento rapido dei poli.
Barbiero spiega anche la causa iniziale, servendosi pure di calcoli matematici, col fatto che la Terra sia stata colpita da un bolide che aveva massa sufficiente, angolo di caduta abbastanza ridotto e punto d’impatto adeguatamente distante dall’equatore, da riuscire a spostare rapidamente la crosta terrestre, la quale ha potuto dislocarsi poiché il pianeta si comporta come un giroscopio semifluido. Secondo il ricercatore italiano, in condizioni normali la crosta avrebbe dovuto successivamente rimbalzare per tornare nella sua posizione iniziale, mentre invece è rimasta nel nuovo assetto perché sul lato opposto del pianeta rispetto al punto d’impatto del meteorite, Sole e Luna si trovavano in congiunzione, cosicché la somma della loro gravità ha trattenuto la crosta dal rimbalzare.[1]
Un tale evento ha causato terremoti, maremoti, vulcanesimo e uragani d’intensità fuori scala, che hanno martoriato il pianeta e ucciso una grande quantità di esseri viventi.
Per quanto riguarda la posizione del vecchio polo nord, a dare un contributo epocale nel secolo scorso è stato lo storico statunitense Charles Hapgood (1904-1982), che in una serie di libri ha dimostrato per primo che i poli magnetici si spostano in due modalità, una progressiva lenta e una improvvisa molto rapida[2]. Secondo la sua ricostruzione, l’antico nord si trovava genericamente nella Baia di Hudson in Canada.
Negli ultimi anni ho cercato d’individuare il punto esatto in cui era collocato il vecchio polo nord e, sebbene non l’abbia ancora riconosciuto con precisione, sono comunque riuscito a comprendere che esso si trovava più a nord rispetto a dove ipotizzato da Hapgood, cioè entro il Passaggio a Nordovest, all’incirca a una distanza di 23° d’arco dal nord attuale.

LE DUE CRONOLOGIE DEL PERIODO TARDO-GLACIALE
Affinché il lettore possa seguire il percorso analitico che mi ha portato a identificare la data della Grande Catastrofe, è utile osservare le varie fasi che hanno caratterizzato il periodo tardo-glaciale.
Dopo il periodo di massimo glaciale durato alcuni millenni, si sono alternate tre interfasi calde a tre miniglaciazioni dette Dryas: interfase pre-Bölling, Dryas I (o Antico), interfase Bölling, Dryas II (o Intermedio), interfase Ållerød e Dryas III (o Recente).
Per quanto riguarda le date d’inizio e di fine di queste fasi, i paleoclimatologi purtroppo non sono concordi tra loro e infatti hanno concepito due cronologie, riassunte nella tabella che segue.

CRONOLOGIE ALTERNATIVE DEL PERIODO TARDO-GLACIALE
Fasi tardo-glacialiCronologia 1 (a.C.)Cronologia 2 (a.C.)
Massimo glaciale: temperatura media discesa fino a 13° C all’equatore e a -70° C ai poli.20.000-16.00019.000-16.000
Interfase pre-Bölling: temperatura media salita fino a 12° C.16.000-14.00016.000-14.000
Dryas Antico: temperatura media discesa fino a 15° C.14.000-13.00014.000-12.500
Interfase Bölling: temperatura media salita fino a 19° C.13.000-12.00012.500-10.300
Dryas Medio: temperatura media discesa fino a 15° C.12.000-11.40010.300-9800
Interfase Ållerød: temperatura media salita fino a 7° C.11.400-10.8009800-8800
Dryas Recente: temperatura media discesa fino a 2° C.10.800-95008800-8200

Lo schianto del meteorite che ha provocato la Grande Catastrofe ha avuto conseguenze globali e pertanto se ne deduce che esso abbia dato inizio a una delle sei fasi del periodo tardo-glaciale (o un’interfase calda o una mini-glaciazione).
I dati più significativi che spiegano quale fase sia stata innescata dalla caduta del meteorite e a quale cronologia essa appartenga, sono stati forniti dalle carcasse intere di mammut ritrovate congelate in Siberia.

CONFERMA DELLA GRANDE CATASTROFE
Tra i mammiferi terrestri estintisi a cavallo fra Pleistocene e Olocene, quelli più grandi sono stati i mammut lanosi.
I paleontologi hanno rinvenuto varie parti dei loro corpi, congelate totalmente o parzialmente, lungo il territorio euroasiatico settentrionale che va dai Pirenei fino allo Stretto di Bering (e pure in Alaska). I dati raccolti hanno permesso di stabilire che i mammut, come anche gli altri grandi mammiferi terrestri, hanno iniziato a risentire di estinzioni parziali già a partire dal 38.000 a.C., le quali si sono alternate a periodi di maggiore demografia, ma diventando comunque più pronunciate verso la fine del Pleistocene. Le cause di queste parziali estinzioni cicliche sono state solo marginalmente antropologiche, poiché le ragioni principali appartengono all’ambito paleoambientale di estensione globale: fluttuazioni di temperatura, umidità, vento e profondità del manto nevoso; cambiamento della composizione e diminuzione della produttività della vegetazione; alterazioni dei paesaggi, della geochimica del suolo e della competizione interspecie-intraspecie.
I due periodi di maggiore estinzione dei mammut hanno coinciso con altrettante fasi del Pleistocene finale: il massimo glaciale e la mini-glaciazione avvenuta nell’XI millennio a.C. (più avanti si capirà quale delle tre).[3]
Tra gli svariati resti di mammut, alcuni rinvenuti in Siberia sono particolarmente significativi, poiché consistono in corpi interi perfettamente congelati.
I dati paleoclimatici hanno dimostrato che alla fine del Pleistocene la Siberia settentrionale e centrale godeva di un clima solo un po’ più mite rispetto a quello attuale, con una certa escursione termica tra giorno e notte e tra estate e inverno, altrimenti i mammut e i rinoceronti locali non sarebbero stati lanosi ma privi di pelo, come i loro equivalenti africani; il primo ad accorgersi di tale situazione climatica è stato il geologo inglese Henry Hoyle Howorth (1842-1923).

Ma a un certo punto la temperatura è precipitata rapidamente per diventare di tipo artico, conseguentemente a un cambiamento delle condizioni fisico-geografiche, innescato da un evento cosmico; tra i primi a riconoscere ciò figura il paleontologo francese Albert-Felix de Lapparent (1905-1975).
L’improvviso cambiamento climatico ha provocato il rapido congelamento di alcuni esemplari di mammut, grazie al fatto che costoro si trovavano in una condizione in tal senso favorevole, come l’essere bloccati nel fango (terreno ghiacciato) o il trovarsi dentro a bacini d’acqua dolce (ghiaccio puro). Alcune di queste carcasse sono riuscite a mantenersi congelate sotto a uno strato di limo e ghiaccio fino ai giorni nostri, grazie alla persistenza continuativa di un clima secco e di una temperatura inferiore alla soglia di congelamento. Così i paleontologi hanno potuto rinvenire carcasse intere congelate di mammut nella Siberia settentrionale, la cui analisi ha permesso loro di ottenere informazioni assai rivelatorie.
Le più interessanti sono state ricavate dai vegetali che questi pachidermi avevano nei loro stomaci e nelle loro bocche, i quali tracciano una precisa fotografia climatica del momento subito precedente al loro congelamento.
Tra queste piante figurano l’erba sgusciata europea (Beckmannia eruciformis), l’erba di volpe (Alopecurus alpinus), l’erba di grano crestata (Agropyrum cristatum), l’orzo selvatico (Hordeum brevisubulatum violaceum), il carice a due punte (variante Carex lachenalii lagopina) e il ranuncolo comune (Ranunculus acris).[4]
Sebbene tali piante crescano tuttora in Siberia e alcune di esse necessitino di una temperatura di 20° C per fiorire (come il ranuncolo), che i mammut non abbiano fatto in tempo non solo a digerirle ma nemmeno a inghiottirle, dimostra che il congelamento completo dei loro corpi non si è verificato in alcune settimane durante il passaggio dall’autunno all’inverno (come ipotizzato da alcuni scienziati), ma in pochi minuti.
Inoltre in nessuno degli stomaci dei mammut è stato rinvenuto del fango, quindi essi sono morti prima di venire eventualmente travolti da qualche cospicuo flusso di acqua o fango.
Infine, il geologo Angelo Pitoni (1924-2009)[5] ha chiarito che, partendo da una temperatura di 20° C (clima temperato), per poter congelare istantaneamente dei pachidermi di tale stazza sarebbe servito un abbassamento della temperatura fino a -60° C (clima polare).
Tutte queste circostanze non sono spiegabili con alcun evento di tipo semplicemente climatico, mentre invece sono coerenti con uno spostamento rapido della crosta terrestre, che abbia dislocato la Siberia da una posizione lontana dal Polo Nord, a una ben più vicina.
Il congelamento rapido dei mammut dovuto a un abbassamento termico obbligato di 80° C, dimostra sia la storicità della Grande Catastrofe, sia che essa abbia dato inizio a una mini-glaciazione.
Infine, che il clima siberiano subito precedente fosse poco più mite di quello attuale, conferma che subito prima della Grande Catastrofe il mondo stava attraversando una delle interfasi calde.


CONFERMA E DATAZIONE DELLA GRANDE CATASTROFE
Per quanto riguarda la datazione dei mammut interi congelati, il test del radiocarbonio rimanda non a un anno preciso ma a un periodo, cioè alla seconda metà dell’XI millennio a.C.
Sulla base di questi fatti e considerando che la Grande Catastrofe ha determinato il passaggio da un’interfase calda a una mini-glaciazione, a questo punto basta controllare in quale delle due cronologie sopracitate, l’inizio di un Dryas è collocato tra il 10.500 e il 10.000 a.C.
Se si considera la Cronologia 1, nella seconda metà dell’XI millennio a.C. non si sarebbe innescata nessuna mini-glaciazione, infatti il Dryas Recente (l’ultimo) viene fatto iniziare nel 10.800 a.C. Pertanto questa cronologia risulta sbagliata, poiché incoerente con la datazione al radiocarbonio dei mammut congelati e con l’habitat delle piante di cui si nutrivano.
Invece se si osserva la Cronologia 2, si nota che il Dryas Intermedio è iniziato nel 10.300 a.C., cioè entro il mezzo millennio segnalato dall’esame del C14. Questa corrispondenza mi ha consentito non solo di riconoscere la Cronologia 2 come l’unica valida, ma anche di datare la Grande Catastrofe al 10.300 a.C.

SOLO UNA CRONOLOGIA DEL TARDO-GLACIALE È CORRETTA
Fasi tardo-glacialiCronologia 1 (a.C.)Cronologia 2 (a.C.)
Massimo glaciale (-13/70° C in media).20.000-16.00019.000-16.000
Interfase pre-Bölling (+12° C in media).16.000-14.00016.000-14.000
Dryas Antico (-15° C in media).14.000-13.00014.000-12.500
Interfase Bölling (+19° C in media).13.000-12.00012.500-10.300
Dryas Medio (-15° C in media).12.000-11.40010.300-9800
Interfase Ållerød (+7° C in media).11.400-10.8009800-8800
Dryas Recente (-2° C in media).10.800-95008800-8200

ANALISI DELLA DATA ALTERNATIVA AL 10.300 A.C.
Nel secondo decennio del nostro secolo, alcuni famosi ricercatori alternativi anglo-americani hanno cominciato a parlare della Grande Catastrofe. I primi due sono stati Robert Bauval e Graham Hancock, i quali sono poi stati appoggiati da Robert Schoch e Andrew Collins.
Anche costoro hanno aderito al modello della causa meteorica, sulla base di alcuni crateri da impatto ritrovati in Groenlandia, in particolare quello rinvenuto sotto al ghiacciaio nord-occidentale di Hiawatha, avente un diametro di 31 chilometri. I geologi hanno stabilito che questo cratere sia stato generato da un’esplosione di 700 megatoni, provocata da un meteorite lungo 800 metri. In realtà questo cratere non è significativo, per ben tre ragioni: è solo il venticinquesimo al mondo per grandezza; è stato datato genericamente a “prima del 10.000 a.C.”; e i calcoli di Flavio Barbiero indicano che il bolide innescante lo spostamento rapido della crosta terrestre, avrebbe dovuto avere un diametro minimo di 1000 metri.
Per quanto riguarda la data della Grande Catastrofe, Bauval & C. hanno diffuso l’idea che essa sia avvenuta nel 10.800 a.C., aderendo alla cronologia del tardo-glaciale risultata scorretta. Avendo questi autori un ampio seguito a livello mondiale, altri ricercatori e le varie riviste specializzate hanno citato pedissequamente il 10.800 a.C. come data della Grande Catastrofe, diffondendo così un errore di cinquecento anni, che incide negativamente nelle comparazioni temporali con altri eventi accaduti dall’XI al IX millennio a.C.
Ma perché tutto questo?
Da decenni, Robert Bauval sta divulgando l’ipotesi della correlazione con Orione, secondo la quale le tre piramidi maggiori di Giza sarebbero state costruite per replicare sul terreno le tre stelle della Cintura di Orione, costellazione considerata sacra dagli antichi egizi. All’inizio l’ipotesi di Bauval non è stata presa in considerazione dagli archeologi e dagli egittologi, almeno fino a quando un ampio movimento di “credenti” ha spinto le autorità scientifiche ad accettare la visione del ricercatore alternativo, non tanto per convinzione scientifica ma per evitare ulteriori attacchi. Io stesso ho ritenuto plausibile tale ipotesi, finché anni addietro non ho cominciato una ricerca molto approfondita sulle piramidi in giro per il mondo, grazie alla quale mi sono reso conto che le tre piramidi di Giza hanno ben poco a che vedere con Orione. Ma non è questa la sede per elencare tutte le prove che lo dimostrano.
Per ampliare la sua ipotesi, nel corso degli anni Bauval (aiutato da Hancock), ne ha esteso la concettualizzazione, arrivando ad affermare che il progetto dell’intera Piana di Giza sarebbe iniziato nel 10.500 a.C., cioè quando la fascia di stelle della Via Lattea si trovava in una posizione coincidente con quella del fiume Nilo. Inoltre, sempre secondo costoro, il progetto unitario della piana sarebbe proseguito fino a quasi il 3000 a.C.
In pratica, secondo loro l’architettura sacra di Giza si è basata soprattutto sull’astronomia, mentre invece non hanno considerato il suo scopo energetico, che attualmente emerge come quello più importante. La data del 10.800 a.C., sembra funzionale a concentrare l’attenzione solo su un dato progettuale, quello astronomico, trascurando però tutti gli altri.
     Per verificare ulteriormente l’effettivo maggiore realismo del 10.300 rispetto al 10.800 come datazione della Grande Catastrofe, ho preso in considerazione alcuni importanti dati scientifici che cito di seguito, capaci di fornire una visione d’insieme più completa.
1) Probabilità: siccome la caduta ciclica di meteoriti tipica dell’Orizzonte di Usselo è iniziata nel 10.900 a.C., è più probabile che il bolide con caratteristiche capaci d’innescare la Grande Catastrofe sia precipitato dopo 600 anni (nel 10.300 a.C.), piuttosto che dopo solo un secolo (nel 10.800 a.C.). Ciò è ancora più probabile, se si considera che nel millennio precedente il campo magnetico terrestre si è ridotto d’intensità, in seguito a un’inversione dei poli magnetici durata solo cinque secoli (escursione geomagnetica MD01-2444), che ha provocato un picco elettromagnetico negativo nell’11.000 a.C., il quale ha ridotto notevolmente la capacità del nostro pianeta di attrarre meteoriti, soprattutto contenenti metalli ferrosi[6].
2) Forza planetaria geomagnetica: questo valore viene definito da due variabili fondamentali: la paleointensità relativa (PIR), cioè la forza del campo geomagnetico, e il momento di dipolo assiale virtuale (MDAV), cioè la stima calcolata (anche sulla base della PIR) della forza del campo geomagnetico al centro del pianeta. Questi due valori sono proporzionali tra loro e risultano importanti poiché sono direttamente proporzionali alla probabilità che la Terra possa attrarre a sé meteoriti con dentro metalli magnetizzabili. Secondo la ricerca di Channell e Vigliotti[7], nel 10.800 a.C. la paleointensità relativa misurava 8,75×1022 Am2, il campo geomagnetico era di 7,5×1022 Am2, e il campo geomagnetico nella sola Groenlandia misurava 7,75×1022 Am2; invece nel 10.300 a.C. la paleointensità relativa era salita a 9×1022 Am2 e il campo geomagnetico era cresciuto (anche in Groenlandia) a 9,75×1022 Am2. Quindi dal punto di vista paleomagnetico, la Terra era più propensa a ricevere un meteorite contenente metalli magnetizzabili nel 10.300 a.C., piuttosto che nel 10.800 a.C.
3) Identificazione del Dryas in base alla specifica riduzione della temperatura: mentre la data del 10.300 a.C. implica che la Grande Catastrofe abbia dato inizio al Dryas Intermedio, il 10.800 a.C. implicherebbe che la Grande Catastrofe sia avvenuta a Dryas Finale già iniziato. Però l’abbassamento della temperatura del Dryas III è stato troppo blando per essere associato alle conseguenze della Grande Catastrofe (-2° C di media), mentre invece l’abbassamento del Dryas II è stata decisamente più consona al post-catastrofe (-15° C di media).
4) Presenza di estinzioni nel IX millennio a.C.: se la Grande Catastrofe fosse avvenuta nel 10.800 a.C. e la cronologia corretta fosse la numero 1, allora il periodo tardo-glaciale avrebbe dovuto terminare nel 9500 a.C., e non si potrebbero spiegare le estinzioni avvenute successivamente, nel IX millennio a.C., le quali hanno riguardato grandi mammiferi come il mammut sudamericano, il milodonte (un bradipo terricolo), il giaguaro gigante, la tigre dai denti a sciabola, l’armadillo gigante, il bradipo gigante e il cavallo americano, nonché l’europeo Uomo di Cro-Magnon e l’indonesiano Uomo di Flores (entrambi estintisi nell’8000 a.C.). Se invece si data la Grande Catastrofe al 10.300 a.C. e si considera corretta la cronologia numero 2, allora il periodo tardo-glaciale risulta concluso nell’8200 a.C., coprendo perfettamente il periodo di estinzione della megafauna e anticipando di solo due secoli l’estinzione delle due specie di Homo citate poc’anzi, quella europea e quella indonesiana.
5) Coerenza rispetto alla teoria delle esplosioni solari: uno dei colleghi di Bauval e Hancock, il geologo Robert Schoch, ha concepito l’ipotesi secondo la quale il Sole sarebbe stato soggetto a esplosioni particolarmente intense di massa coronale, che hanno irradiato la Terra aumentandone notevolmente la temperatura media, a partire dal 9700 a.C. e per una durata che Schoch non ha ancora saputo definire, ma che a suo dire avrebbe potuto protrarsi solo per alcuni anni o anche per qualche secolo.
Ma attribuendo alla Grande Catastrofe la data del 10.800 a.C., automaticamente viene invalidata la sua teoria sulle esplosioni solari, perché secondo la Cronologia 1 nel 9700 a.C. ci si sarebbe trovati nel freddo Dryas Recente, incompatibile con un aumento globale della temperatura indotto dal Sole. Invece, datando la Grande Catastrofe al 10.300 a.C. e considerando la Cronologia 2, nel 9700 a.C. vigeva l’interfase calda Ållerød, compatibile con gli effetti termici di una particolarmente intensa attività solare.

CONCLUSIONI
Dopo aver esaminato tutti questi fattori, è evidente che l’unica data possibile per la Grande Catastrofe sia il 10.300 a.C.
Da quando nel 2010 ho pubblicato questa teoria, in seguito l’ho verificata ogni volta che sono emersi nuovi dati in tal senso, ottenendo sempre un riscontro confermativo, come ho spiegato approfonditamente in tre libri pubblicati in italiano[8]. Ovviamente tale ricostruzione rimane aperta a vari aggiustamenti, che potranno emergere grazie all’acquisizione di nuovi dati e alla conclusione di ricerche sempre più all’avanguardia.
     Per quanto mi riguarda non avrei problemi a riconoscere una data differente per la Grande Catastrofe, se solo emergessero abbastanza prove a sostegno della stessa, e nel contempo venissero fornite spiegazioni alternative credibili per tutte quelle presentate in questo articolo.


[1] Barbiero Flavio, Una civiltà sotto ghiaccio; Realtà Scientifica; 2000.

[2] Hapgood Charles, Earth’s shifting crust: a key to some basic problems of Earth science; Pantheon Books; 1958 (prefazione di Albert Einstein).
Hapgood Charles, The path of the pole; Adventures Unlimited Press; 1968/1999.
Hapgood Charles, Lo scorrimento della crosta terrestre; Mondo Ignoto, 2005.
Hapgood Charles, 2012, lo scorrimento della crosta terrestre; Profondo Rosso, 2010.

[3] P.A. Nikolskiya, L.D. Sulerzhitskya e V.V. Pitulko, Last straw versus Blitzkrieg overkill: Climate-driven changes in the Arctic Siberian mammoth population and the Late Pleistocene extinction problem; Quaternary International, 2010.
Autori vari (21), A wolly mammoth (Mammuthus primigenius) carcass from Maly Lyakhovsky Island (New Siberian Islands, Russian Federation); Quaternary Science Review, 2017.

[4] I.P. Tolmachoff, The carcasses of the mammoth and rhinoceros found in the frozen ground of Siberia; The American Philosophical Society, 1929.

[5] Pitoni Angelo, Il mistero della vita; Accademia Magistrale DOM, 1995.

[6] Channell J. E. T. e Vigliotti L., The Role of Geomagnetic Field Intensity in Late Quaternary Evolution of Humans and Large Mammals; Reviews of Geophysics, 2017.

[7] Channell J. E. T. e Vigliotti L., The Role of Geomagnetic Field Intensity in Late Quaternary Evolution of Humans and Large Mammals; Reviews of Geophysics, 2017.

[8] Guzzinati Massimo, La storia mai narrata dei continenti sommersi; Anguana, 2014.
Guzzinati Massimo, La storia mai narrata dell’Eden; Anguana, 2018.
Guzzinati Massimo, La storia mai narrata del Sudamerica; Anguana, 2020.

LA GRANDE CATASTROFE PLANETARIA È AVVENUTA NEL 10.300 A.C.
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